Essere e Tempo di Heidegger è un’opera pesantissima e complicatissima. Pensate, nemmeno la concluse, perchè non riescì a trovare un linguaggio così aulico da poter continuare il suo costrutto ideologico.
Mi viene in mente il saggio del mio professore di diritto canonico, un libricino di 140 pagine, che fu decantato per tutto il semestre. Solo che, poi, all’esame, il prof mi chiese come lo avessi trovato, e gli risposi che l’avevo letto frettolosamente sotto l’ombrellone e che non ero in grado di dare un giudizio obiettivo.
Si incazzò come una belva, tanto da far spaventare le prime tre file di studenti, che le ultime, si sa, sono composte da gente a cui non frega niente dell’esame.
Un po’ come succede ai cortei funebri: in coda si parla di tutto tranne che del morto. Forse anche la frase evangelica “Gli ultimi saranno i primi” può essere letta in base all’interpretazione del menefreghismo. Coloro ai quali non frega nulla, saranno i primi. Bello.
Comunque, tornando ad Heidegger, volevo mettere in risalto il concetto di essere-per-la-morte. Morte che si presenta agli uomini come il limite e la negazione di ogni possibilità e che gli si chiede di accettarla come orizzonte in cui si iscrive la loro vita. La morte è, in altri termini, un bene, nel senso che dà valore al tempo. Se so che devo morire, cavolo, il mio tempo acquista un valore inestimabile. E invece?
Hanno reso impersonale finanche la morte. Non si dice più “io morirò”, ma “si muore“.
Come se la morte riguardasse solo gli altri. Così facendo, viene meno, oltre che il valore del tempo, anche la possibilità di progettarsi. Sì, perchè l’uomo è un “work in progress“. Tanto muoiono gli altri, mica io. E se non muoio, la vita si spoglia inevitabilmente di senso. Tutto diventa angosciante paradossalmente.
Scopri di più da Marketing di Carta
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
