Nel complicato mondo dei bias cognitivi, spunta fuori un protagonista dal nome misterioso: la “reattanza“.
Per farla breve, quando la nostra libertà viene compressa in una morsa, la reattanza entra in scena, spingendoci a fare l’opposto di ciò che ci viene imposto.
È come se la nostra mente dicesse: “Nessuno può dirmi cosa fare!“
Tutto questo tumulto mentale nasce dall’incapacità di alcune persone di accettare il cambiamento. Non è un obbligo, è una scelta, ma la mente umana è spesso un’entità capricciosa.
La reattanza è quella piccola ribellione interiore contro gli ordini provenienti da coloro che sono vicini a noi, o che addirittura amiamo profondamente e che, in qualche modo, controllano il corso delle nostre vite. Parliamo dei genitori, dei coniugi, e sì, anche del datore di lavoro.
Uno studio della prestigiosa Duke University ha scoperto che questa ribellione avviene in modo del tutto inconscio, sfuggendo al nostro controllo. È una reazione istintiva, un’azione subcosciente che parte da un profondo angolo della nostra mente.
Ecco dove entra in gioco il paradosso. Le persone con una forte reattanza finiscono per agire addirittura contro il proprio interesse. Sono come cavalli impazziti che corrono nella direzione opposta, solo perché l’unico obiettivo è resistere a tutti i costi a chiunque tenti di mettere catene alla loro libertà.
Il termine “reattanza” è un prestito dall’elettrotecnica. È la forza di opposizione del circuito al passaggio della corrente elettrica.
In qualche modo, anche noi siamo circuiti complessi, e la nostra reattanza è quella resistenza interna che ci spinge a difendere la nostra libertà di scelta.
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