Prima del pop c’era il prog: cosa possiamo imparare dai musicisti italiani

Quando pensiamo a Michele Zarrillo, probabilmente pensiamo al cantante di Cinque giorni.

Quando pensiamo ad Alan Sorrenti, è facile che nella nostra testa parta Figli delle stelle.

Franco Battiato lo associamo alle sue canzoni più conosciute. Ivano Fossati alla sua lunga carriera da cantautore.

Eppure, prima di arrivare al pubblico che li ha resi famosi, alcuni di questi musicisti sono passati da un territorio molto diverso: il rock progressivo italiano.

È una storia che mi ha sempre incuriosito, perché racconta qualcosa che va oltre la musica.

Racconta quanto possa essere importante quello che facciamo prima che gli altri inizino a riconoscerci per ciò che siamo diventati.

L’Italia del rock progressivo

Il rock progressivo italiano nasce tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, in un periodo di grandi cambiamenti sociali e culturali.

I musicisti italiani guardano a gruppi come Genesis e King Crimson, ma cercano una propria strada.

Prendono il rock e lo mescolano con la musica classica del Novecento.

Le suite possono durare dieci o quindici minuti. I tempi cambiano più volte. Le tastiere acquistano un ruolo importante. Gli arrangiamenti diventano complessi.

Anche i testi prendono una direzione diversa. Accanto alle storie d’amore compaiono temi filosofici, sociali e politici.

La Premiata Forneria Marconi arriva fino agli Stati Uniti e firma con la ELP Management, legata a Emerson, Lake & Palmer.

Il Banco del Mutuo Soccorso costruisce un suono ricco e quasi sinfonico, sostenuto dalla voce di Francesco Di Giacomo.

Gli Area, con Demetrio Stratos, portano la ricerca vocale verso territori ancora più sperimentali.

Le Orme sviluppano un progressive più raccolto, con una forte presenza delle tastiere.

Poi ci sono gli Osanna, il Museo Rosenbach, gli Alphataurus e decine di altre formazioni che oggi conoscono soprattutto gli appassionati.

È una scena musicale ricca, inquieta, piena di musicisti che cercano una propria identità.

E proprio da quella scena arriveranno persone che, qualche anno dopo, il grande pubblico conoscerà per tutt’altro.

Michele Zarrillo prima di Michele Zarrillo

Il caso che trovo più curioso è quello di Michele Zarrillo.

Nel 1972 entra nei Semiramis come chitarrista. Il gruppo pubblica Dedicato a Frazz, uno degli album più conosciuti del progressive italiano.

Poi Zarrillo passa nel Rovescio della Medaglia, altra formazione importante della scena.

Arriva la carriera solista, prima con lo pseudonimo Andrea Zarrillo e poi con il proprio nome.

Nel 1979 vince il Festival di Castrocaro.

Il Michele Zarrillo che il grande pubblico conoscerà negli anni successivi nasce quindi dopo una lunga fase che, ascoltata oggi, sembra appartenere a un’altra persona.

E nei Semiramis c’era anche Giampiero Artegiani.

Anche lui prenderà una strada diversa. Diventerà autore e scriverà Perdere l’amore, il brano con cui Massimo Ranieri vincerà Sanremo nel 1988.

Da Jesahel a Ivano Fossati

Prima di diventare Ivano Fossati, cantautore e autore di alcune delle pagine più importanti della musica italiana, c’erano i Delirium.

Nel 1972 il gruppo porta Jesahel a Sanremo.

Fossati è ancora dentro una musica che ha poco a che vedere con quella che accompagnerà gran parte della sua carriera successiva.

Poi cambia strada.

E quella esperienza rimane alle sue spalle.

Ma una cosa che rimane alle spalle non significa che sia stata inutile.

Forse è proprio il contrario.

Alan Sorrenti e Franco Battiato

Anche Alan Sorrenti attraversa il progressive.

Nel 1972 pubblica Aria, un disco che mescola rock progressivo, sperimentazione e ricerca vocale.

Qualche anno dopo arriverà Figli delle stelle.

Due mondi che, ascoltati uno accanto all’altro, sembrano quasi appartenere a due artisti diversi.

Ancora più particolare è il percorso di Franco Battiato.

Prima del grande successo degli anni Ottanta c’è una lunga fase di ricerca. Elettronica, musica contemporanea, sperimentazione, avanguardia.

Poi arriva una nuova fase.

Battiato riesce a portare riferimenti filosofici, letterari e spirituali dentro canzoni che entrano nelle radio e nella cultura popolare.

La sua storia mostra una cosa interessante: il pubblico può conoscere una persona per un periodo della sua vita, mentre quella persona porta con sé tutto ciò che è venuto prima.

E il marketing cosa c’entra?

A questo punto la musica lascia spazio a una domanda che riguarda molto da vicino il marketing.

Quante volte guardiamo un’azienda soltanto per quello che vende oggi?

Entriamo nel sito.

Guardiamo i prodotti.

Leggiamo i servizi.

Cerchiamo una frase che spieghi in poche parole cosa fa.

E costruiamo la comunicazione da lì.

Poi magari scopriamo che il titolare ha passato vent’anni in un altro settore.

Che prima di aprire l’azienda faceva un altro mestiere.

Che ha imparato il lavoro da suo padre.

Che ha avuto un’esperienza particolare con un cliente.

Che ha sviluppato un metodo dopo anni di tentativi.

Che dietro quel prodotto esiste una storia che nessuno racconta.

Quella parte rimane spesso fuori dalla comunicazione.

Ed è un peccato.

Perché il posizionamento di un’azienda nasce anche dal percorso che l’ha portata fin lì.

Quello che viene prima

E’ proprio questo l’aspetto che mi interessa di più di queste storie.

Quando guardiamo la carriera di un artista, tendiamo a ricordare il momento in cui ha trovato la sua voce.

Ma quella voce, in genere, arriva dopo.

Prima ci sono stati altri gruppi, altri dischi, altri palchi. Ci sono state prove, esperimenti, incontri e strade che a un certo punto sembravano portare altrove.

Poi, con il tempo, alcune di quelle esperienze tornano fuori.

Le riconosci in un modo di scrivere, in una scelta musicale, in una sensibilità che prima non avevamo notato.

Con le aziende succede qualcosa di simile.

Quando lavoro sul posizionamento, spesso la prima cosa che mi viene raccontata è quello che l’azienda fa oggi.

È comprensibile. È la parte più facile da raccontare.

Ma qualche volta, andando indietro, salta fuori una storia molto più interessante.

Il titolare che prima faceva un altro mestiere.

Un’attività nata quasi per caso.

Un vecchio cliente che ha insegnato qualcosa.

Un errore che ha cambiato il modo di lavorare.

Un’esperienza che, sul momento, sembrava avere poco a che fare con quello che sarebbe successo dopo.

E allora cambia anche il modo di guardare quell’azienda.

Perché dietro quello che fa oggi comincia a comparire il percorso che l’ha portata fin lì.

Ed è proprio in quel percorso che troviamo le parole migliori per raccontarla.

Il punto di partenza del marketing può essere anche questo:

prima di chiedersi come raccontare un’azienda, vale la pena capire che cosa ha da raccontare.

Pubblicato da Luigi Iannoccaro

Copywriter, consulente di marketing strategico, titolare dell'azienda Media Branding, appassionato di lettura e di open source.

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